Il caso di Nada Cella rappresenta uno degli esempi più significativi di come un’indagine rimasta irrisolta per molti anni possa essere riesaminata attraverso una rilettura critica degli atti, la rivalutazione degli indizi e l’approfondimento di piste inizialmente trascurate.
A quasi trent’anni dall’omicidio della giovane segretaria di Chiavari, la vicenda è arrivata nel gennaio 2026 a una sentenza di condanna in primo grado. Il procedimento, tuttavia, non è ancora concluso, poiché la decisione è stata impugnata. Il caso continua quindi a offrire importanti spunti sul metodo investigativo, sulla conservazione dei reperti e sul valore che può assumere la lettura complessiva di elementi apparentemente secondari.
Il delitto
La mattina del 6 maggio 1996 Nada Cella si trovava nello studio del commercialista Marco Soracco, in via Marsala a Chiavari, dove lavorava come segretaria.
La giovane venne violentemente aggredita all’interno dell’ufficio e riportò gravissime lesioni. Fu lo stesso Soracco a trovarla agonizzante e ad allertare i soccorsi. Trasportata in ospedale, Nada morì poche ore dopo.
L’arma utilizzata per l’aggressione non fu mai individuata. Fin dalle prime ore, inoltre, le indagini si rivelarono particolarmente complesse. Vennero esaminate diverse ipotesi investigative, ma nessuna consentì inizialmente di ricostruire con certezza quanto accaduto.
Nel corso degli anni il fascicolo conobbe archiviazioni e nuovi approfondimenti, senza però arrivare all’individuazione di un responsabile. Il delitto di via Marsala divenne così uno dei cold case più conosciuti della cronaca italiana.
Gli elementi inizialmente sottovalutati
Tra i reperti raccolti sulla scena del crimine vi era un bottone metallico rinvenuto sotto il corpo della vittima. Durante una perquisizione effettuata nel 1996 nell’abitazione di Annalucia Cecere, già esaminata dagli investigatori all’epoca dei fatti, erano stati trovati altri cinque bottoni ritenuti simili.
Inizialmente, tuttavia, la comparazione venne effettuata prevalentemente attraverso fotografie e i bottoni furono considerati differenti. La pista non ebbe quindi ulteriori sviluppi.
Nel processo celebrato molti anni dopo, il significato di quel reperto è stato nuovamente discusso. Secondo la ricostruzione accolta dalla Corte d’Assise, il bottone rinvenuto sulla scena doveva essere valutato insieme alle testimonianze, alle telefonate anonime ricevute dopo il delitto e agli altri elementi emersi dagli atti.
Il bottone non rappresentava, dunque, una prova isolata e autosufficiente, ma uno dei tasselli di un più ampio quadro indiziario. La difesa di Cecere ne ha invece contestato il valore, sostenendo che i bottoni fossero soltanto simili e presentassero caratteristiche differenti.
La rilettura degli atti e la riapertura delle indagini
Un contributo importante alla riapertura del caso venne dal lavoro della criminologa Antonella Delfino Pesce, che iniziò a occuparsi della vicenda nel 2017 nell’ambito di una tesi di master.
Attraverso lo studio dei verbali e della documentazione investigativa, la criminologa individuò alcuni collegamenti che, a suo giudizio, non erano stati adeguatamente approfonditi. Tra questi vi era proprio il rapporto tra il bottone rinvenuto accanto alla vittima e quelli sequestrati nell’abitazione di Cecere.
Il lavoro di rilettura, svolto anche con il contributo dell’avvocata della famiglia di Nada Cella, Sabrina Franzone, venne sottoposto all’attenzione della Procura di Genova. Nel 2021 le indagini furono nuovamente avviate e affidate alla Squadra mobile.
La riapertura non derivò, quindi, da un’unica nuova prova, ma dalla capacità di collegare elementi già presenti negli atti, testimonianze non pienamente approfondite e nuove attività investigative.
La posizione di Annalucia Cecere
Annalucia Cecere era già stata presa in considerazione nel 1996, ma la sua posizione era stata accantonata dopo pochi giorni.
Nel corso delle nuove indagini, la donna venne nuovamente iscritta nel registro degli indagati. Secondo l’ipotesi accusatoria, conosceva Marco Soracco e nutriva nei suoi confronti un interesse personale. La presenza di Nada nello studio sarebbe stata percepita come un ostacolo sia sul piano lavorativo sia su quello personale.
Secondo la ricostruzione accolta nella sentenza di primo grado, Soracco avrebbe chiesto alla propria segretaria di non passare più le telefonate di Cecere. La mattina del 6 maggio 1996 la donna si sarebbe presentata nello studio e il rifiuto opposto da Nada avrebbe innescato l’aggressione.
Nelle motivazioni, i giudici hanno ricondotto l’azione a un “dolo d’impeto” e a una forma di rancore e invidia sociale. Nada avrebbe rappresentato, agli occhi dell’imputata, una giovane capace di raggiungere quella stabilità professionale ed economica alla quale Cecere aspirava.
Si tratta, tuttavia, della ricostruzione contenuta nella sentenza di primo grado. Cecere ha sempre respinto ogni responsabilità e la sua difesa contesta l’intero quadro indiziario.
Il processo e la sentenza di primo grado
Il processo davanti alla Corte d’Assise di Genova ebbe inizio nel febbraio 2025. Il 15 gennaio 2026 Annalucia Cecere venne riconosciuta responsabile dell’omicidio di Nada Cella e condannata in primo grado a ventiquattro anni di reclusione.
La Corte ha escluso l’aggravante della crudeltà, riconoscendo invece quella dei futili motivi.
Marco Soracco è stato condannato a due anni per favoreggiamento, in relazione all’omessa comunicazione agli investigatori di informazioni ritenute utili riguardanti alcune telefonate effettuate da Cecere presso il suo studio. Anche Soracco ha sempre sostenuto la propria estraneità alle accuse.
Le motivazioni, depositate nell’aprile 2026, hanno ricostruito la vicenda sulla base di un insieme di indizi, testimonianze e comportamenti successivi al delitto. I giudici hanno attribuito particolare rilievo alla presenza del bottone, alle dichiarazioni di alcuni testimoni e ai rapporti tra Cecere e Soracco.
Una sentenza non ancora definitiva
La decisione della Corte d’Assise non ha concluso definitivamente il procedimento.
La difesa di Annalucia Cecere ha presentato appello, contestando la valutazione degli indizi e sostenendo che non sarebbero state adeguatamente approfondite piste alternative. Anche la Procura di Genova ha impugnato la sentenza, chiedendo un trattamento sanzionatorio più severo e il riconoscimento dell’aggravante della crudeltà.
La responsabilità penale dovrà pertanto essere nuovamente esaminata nel giudizio di secondo grado. Per questa ragione è necessario distinguere tra la ricostruzione accolta nella sentenza di primo grado e un accertamento giudiziario definitivo.
Il valore della rilettura investigativa
Il caso Nada Cella mostra come il trascorrere del tempo non renda necessariamente impossibile la prosecuzione di un’indagine. In alcuni casi, la disponibilità di nuove competenze, l’evoluzione delle tecniche forensi e la rilettura sistematica degli atti possono attribuire un significato diverso a elementi già raccolti.
Un singolo indizio raramente è sufficiente a ricostruire un delitto. Ciò che può assumere valore è la convergenza tra reperti, testimonianze, dati documentali e comportamenti osservati, purché ogni elemento venga verificato e valutato anche alla luce delle possibili interpretazioni alternative.
I cold case evidenziano inoltre l’importanza di conservare correttamente i reperti, documentare ogni attività, mantenere integra la catena di custodia e non trascurare informazioni solo perché, in un primo momento, sembrano marginali.
La vicenda di Nada Cella non costituisce ancora una verità giudiziaria definitiva. Rappresenta però un esempio concreto di quanto la rilettura critica del materiale investigativo possa incidere sul percorso di un’indagine rimasta senza risposta per decenni.