Tra i furti d’arte più celebri della storia, il furto della Gioconda, il capolavoro di Leonardo da Vinci, resta una vicenda tanto affascinante quanto incredibile. Al centro di questa storia si trova Vincenzo Peruggia, un uomo semplice, il cui gesto ha intrecciato le sue vicende personali con quelle di una delle opere più iconiche del mondo. 

Chi era Vincenzo Peruggia? 

Nato nel 1881 a Dumenza, un piccolo paese vicino a Varese, Vincenzo Peruggia crebbe imparando il mestiere di verniciatore e imbianchino. Nel 1907 si trasferì a Parigi in cerca di opportunità, come tanti altri immigrati italiani dell’epoca. Uomo orgoglioso delle proprie radici, Peruggia provava un profondo risentimento per il destino di molte opere d’arte italiane trasferite in Francia. Questo sentimento, alimentato da un forte spirito patriottico, lo spinse a compiere un gesto clamoroso: il furto della Gioconda. 

Il furto della Gioconda 

La mattina del 21 agosto 1911, un lunedì, giorno di chiusura del Louvre, Peruggia mise in atto il suo piano. Grazie ai lavori occasionali svolti come artigiano per il museo, conosceva bene gli ambienti del Louvre e sfruttò il suo accesso alla porta Jean Goujon, riservata agli operai. 

Si diresse al Salon Carré, dove era esposta la Gioconda, la staccò dal muro e si spostò nella scala della sala dei Sept Maitres. Qui, rimosse il vetro protettivo e la cornice, avvolgendo il dipinto nella sua giacca. Con sorprendente facilità, riuscì a uscire indisturbato dal museo. 

Dopo il furto, Peruggia prese inizialmente un autobus nella direzione sbagliata, ma riuscì poi a farsi accompagnare a casa. Trovando la propria abitazione troppo umida per conservare l’opera, la affidò temporaneamente a un amico, Vincenzo Lancellotti, per poi costruire una cassa di legno in cui custodirla. 

Le motivazioni di Peruggia 

Peruggia giustificò il furto come un atto di patriottismo. Credeva che la Gioconda fosse stata trafugata dalla Francia durante l’epoca napoleonica e sentiva il dovere di restituirla all’Italia. Tuttavia, questa convinzione era errata: la Gioconda era stata portata in Francia da Leonardo stesso, che l’aveva venduta a Francesco I di Francia. Questo errore non attenuò, però, la fermezza delle sue intenzioni. 

La scoperta e l’arresto 

Il furto rimase un mistero per oltre due anni, finché nel 1913, Peruggia decise di completare la sua “missione”. Contattò il collezionista d’arte fiorentino Alfredo Geri, proponendogli di restituire la Gioconda all’Italia in cambio di un compenso. Geri, insospettito, finse interesse e organizzò un incontro a Milano l’11 dicembre 1913. Il giorno successivo, i carabinieri arrestarono Peruggia. 

Processato per furto aggravato, Peruggia fu condannato a un anno e 15 giorni di reclusione, una pena che suscitò polemiche in Italia, dove l’opinione pubblica lo considerava un eroe patriottico. In appello, la sentenza fu ridotta a 7 mesi e 8 giorni, e Peruggia venne scarcerato immediatamente. 

Il ritorno della Gioconda e la fine della vicenda 

La Gioconda fu restituita al Louvre, dove è tuttora conservata, mentre Vincenzo Peruggia tornò a vivere in Italia. Morì il 25 ottobre 1925, a soli 44 anni, lo stesso giorno del compleanno suo e della moglie Annunciata. 

La storia di Vincenzo Peruggia è ricordata non solo per l’audacia del gesto, ma anche per le idealistiche motivazioni che lo spinsero. Un furto che ha segnato la storia dell’arte, dimostrando come anche un uomo comune possa, nel bene o nel male, lasciare un’impronta indelebile nella storia.