Nelle analisi forensi, il rischio di errore non dipende soltanto dalla qualità degli strumenti o dalla preparazione tecnica dell’esperto. Anche professionisti competenti e in buona fede possono essere influenzati da informazioni che non servono realmente a svolgere l’esame. Per ridurre i bias cognitivi nelle analisi forensi non basta quindi chiedere all’esperto di essere imparziale: occorre organizzare il lavoro in modo da proteggere il processo decisionale.

È questa la prospettiva proposta da uno studio pubblicato su Forensic Science International: Synergy, che descrive un programma pilota realizzato dal Dipartimento di Scienze Forensi del Costa Rica nella sezione dedicata ai documenti contestati. Il progetto non si limita a ribadire che il bias esiste. Mostra, invece, come tradurre le conoscenze scientifiche in procedure concrete e sostenibili.

Il bias non è sinonimo di incompetenza

Quando si parla di bias cognitivo, il termine viene spesso interpretato come un’accusa rivolta al singolo professionista. In realtà, il bias non coincide con disonestà, negligenza o scarsa preparazione. È un meccanismo ordinario della mente umana, che utilizza scorciatoie per decidere in situazioni complesse, incerte o caratterizzate da informazioni incomplete.

Queste scorciatoie sono utili nella vita quotidiana, ma possono diventare pericolose quando una valutazione deve essere ripetibile, controllabile e fondata solo sui dati pertinenti. Un esperto può quindi svolgere correttamente il proprio lavoro e, allo stesso tempo, risentire senza accorgersene delle aspettative generate dal contesto.

La maggiore esperienza non rende immuni. Anzi, chi affronta spesso lo stesso tipo di problema può affidarsi più rapidamente a schemi automatici. Neppure la semplice consapevolezza è sufficiente. Sapere che il bias esiste non consente di riconoscerlo mentre opera, perché molti processi cognitivi agiscono al di fuori della coscienza.

Quando il contesto modifica l’interpretazione della prova

Immaginiamo che un esaminatore debba confrontare una firma contestata con alcuni campioni di riferimento. Prima dell’analisi viene informato che il sospettato ha confessato, possiede precedenti penali o è già stato riconosciuto da un testimone. Nessuno di questi dati dimostra che la firma sia autentica. Tuttavia, possono creare un’aspettativa e orientare l’attenzione verso le somiglianze, riducendo il peso attribuito alle differenze.

Il problema non riguarda soltanto l’analisi della grafia. Può presentarsi nell’esame di impronte, armi, tracce, immagini, dati digitali e persino nelle discipline considerate maggiormente oggettive. Ogni volta che una persona seleziona dati, interpreta un segnale, stabilisce una soglia o comunica una conclusione, resta una componente decisionale che deve essere controllata.

Anche le dinamiche organizzative contano. Il contatto diretto con chi conduce l’indagine, la conoscenza dell’esito formulato da un collega, le richieste di riesame perché il risultato non coincide con l’ipotesi investigativa, la pressione delle urgenze o l’arretrato del laboratorio possono influire sul modo in cui il materiale viene esaminato.

Come ridurre i bias cognitivi nelle analisi forensi: il progetto del Costa Rica

Lo studio ha scelto un’impostazione pragmatica. Prima di introdurre nuove regole, il gruppo di lavoro ha ricostruito l’intero flusso operativo della sezione documentale. Ogni passaggio è stato analizzato per capire dove potessero entrare informazioni condizionanti e quale fosse il rischio associato.

Sono state individuate 33 potenziali fonti di bias. Due sono state classificate a rischio molto alto e venti a rischio alto. Il dato più significativo è che la maggior parte dei problemi non nasceva da comportamenti scorretti del singolo, ma dalla circolazione delle informazioni e dall’organizzazione del lavoro.

A questo punto, le possibili soluzioni sono state valutate anche in base a costi, personale necessario, tempo e benefici. Questo passaggio è essenziale. Un protocollo scientificamente valido ma impossibile da applicare rischia di rimanere sulla carta. Al contrario, misure proporzionate possono produrre un miglioramento reale senza paralizzare l’attività.

Il case manager come filtro informativo

Una delle innovazioni principali è stata l’introduzione del case manager. Questa figura funge da collegamento tra autorità richiedente ed esperto. Riceve la documentazione, chiarisce eventuali dubbi, verifica la fattibilità della richiesta e decide quali informazioni siano necessarie all’esaminatore nelle diverse fasi.

Il case manager non nasconde dati utili. Ne regola il momento di accesso. L’obiettivo è evitare che l’esperto conosca, prima di osservare la prova, elementi capaci di orientarne l’interpretazione ma non indispensabili al compito tecnico.

Nel programma pilota, questa figura ha ridotto i contatti diretti tra analisti e autorità e ha gestito più di 161 richieste di chiarimento senza coinvolgere gli esaminatori assegnati. Oltre a limitare il rischio di contaminazione cognitiva, il sistema ha consentito agli esperti di concentrarsi sull’analisi.

Esaminare prima la prova, poi il campione di confronto

Il progetto ha applicato anche la Linear Sequential Unmasking-Expanded, spesso indicata con la sigla LSU-E. Il principio è semplice: le informazioni non devono essere mostrate tutte insieme, ma in una sequenza stabilita in base alla loro rilevanza, soggettività e capacità di condizionare il giudizio.

Nel confronto grafico, per esempio, l’esaminatore osserva prima il documento contestato e ne registra le caratteristiche. Solo in seguito accede ai campioni di riferimento. Questo ordine riduce il rischio che la conoscenza del modello da confermare modifichi inconsapevolmente il modo in cui viene letta la prova.

La procedura richiede inoltre di documentare quando una determinata informazione è stata ricevuta. La trasparenza del percorso decisionale diventa così parte della qualità dell’analisi, non un adempimento secondario.

La verifica è davvero indipendente solo quando è cieca

La revisione di un secondo esperto viene spesso presentata come garanzia di affidabilità. Tuttavia, se il verificatore conosce già la conclusione del primo analista, il controllo rischia di trasformarsi in una conferma dell’opinione precedente.

Nella verifica cieca, il secondo esaminatore non conosce né l’identità del collega né il risultato iniziale. Deve quindi valutare autonomamente il materiale. Un eventuale accordo tra i due giudizi assume un valore maggiore, perché non può essere spiegato dall’ancoraggio alla prima conclusione.

Il laboratorio costaricano ha effettuato 201 verifiche cieche. Sono emerse divergenze non critiche e anche quattro divergenze critiche. Questo dato non rappresenta un fallimento. Al contrario, dimostra che il controllo era capace di individuare differenze reali, invece di produrre un consenso solo apparente.

La formazione serve, ma non può sostituire il sistema

Formare gli esperti sui bias è indispensabile. Permette di comprendere perché cambiano le procedure e favorisce la collaborazione. Tuttavia, la formazione non deve diventare un alibi organizzativo. Dire a un professionista di “stare attento” non elimina un processo automatico.

Servono protocolli di comunicazione, limiti all’accesso alle informazioni irrilevanti, registrazione delle esposizioni inevitabili, criteri per risolvere i disaccordi e controlli periodici sull’efficacia delle misure. La responsabilità viene così spostata dal singolo alla struttura, senza diminuire il ruolo e la competenza dell’esperto.

Un insegnamento utile anche fuori dal laboratorio

Il valore dello studio supera il settore dei documenti contestati. Lo stesso principio riguarda ogni attività investigativa o tecnica nella quale dati ambigui devono essere interpretati. La raccolta delle informazioni dovrebbe distinguere chiaramente i fatti dalle ipotesi. Durante l’analisi, l’esperto dovrebbe ricevere soltanto il contesto necessario. La verifica, infine, dovrebbe consentire una valutazione realmente indipendente.

Anche nella redazione di una relazione investigativa è importante separare ciò che è stato osservato dalle deduzioni e dalle informazioni fornite dal cliente. Una conclusione rigorosa non deve confermare a ogni costo l’ipotesi iniziale. Deve rappresentare fedelmente ciò che gli elementi consentono di sostenere, compresa la possibilità che il risultato resti incerto o non conclusivo.

Il commento di Lumen Investigazioni

Lo studio offre un messaggio particolarmente importante: l’imparzialità non è soltanto una qualità personale, ma il risultato di un metodo. Affidarsi esclusivamente all’esperienza dell’operatore o alla sua buona fede significa ignorare ciò che la ricerca ha dimostrato sul funzionamento della mente umana.

Per Lumen Investigazioni, la qualità di un’attività investigativa non si misura dalla nettezza della risposta, ma dalla tracciabilità del percorso che conduce alla conclusione. Un professionista rigoroso deve saper distinguere dati, contesto e interpretazioni. Deve inoltre riconoscere quando gli elementi non sono sufficienti per sostenere una tesi in modo affidabile.

Questa impostazione è diversa da quella di chi promette conferme immediate o presenta ogni elemento come una prova definitiva. La prudenza non indebolisce il risultato. Al contrario, lo rende più credibile, controllabile e utile in sede giudiziaria.

Conclusioni

Ridurre i bias cognitivi nelle analisi forensi non significa eliminare la componente umana, né sostituire l’esperto con la tecnologia. Significa progettare procedure che consentano alla competenza di esprimersi senza essere condizionata da informazioni inutili, aspettative o pressioni organizzative.

Il programma del Costa Rica dimostra che interventi come il case manager, la gestione sequenziale delle informazioni, le verifiche cieche e regole chiare di comunicazione possono essere applicati nella pratica. Non tutte le misure hanno lo stesso costo e non ogni laboratorio può adottarle nello stesso modo. Il punto decisivo è valutare i rischi, stabilire le priorità e controllare nel tempo l’efficacia delle soluzioni.

La scienza forense diventa più solida quando non presume l’infallibilità dell’esperto, ma costruisce strumenti per sostenerne l’imparzialità. È in questo passaggio, dalla fiducia nella persona alla qualità del processo, che si misura la maturità di un metodo investigativo.

Riferimenti bibliografici

Autori
C. Rojas Alfaro, D. Ure˜ na Mora, Mauricio Chac´on Hern´andez, A. Quigley-McBride
Anno
2025
Titolo originale
A practical approach to mitigating cognitive bias effects in forensic casework
Rivista
Forensic Science International: Synergy
Volume
10
Pagine / ID articolo
100569
Database
ScienceDirect
DOI
https://doi.org/10.1016/j.fsisyn.2024.100569