La scienza forense non produce sempre un sì o un no

Nella scienza forense, i risultati inconclusivi non rappresentano necessariamente un errore o una mancanza di competenza. Quando la qualità o la quantità delle informazioni disponibili non consente di arrivare a un’identificazione o a un’esclusione, possono costituire la risposta più rigorosa.

Il tema è affrontato in un articolo pubblicato nel 2024 su Forensic Science International: Synergy da un gruppo di autori del National Institute of Standards and Technology. Il contributo analizza il modo in cui gli esiti inconclusivi vengono trattati negli studi sui tassi di errore, soprattutto nelle discipline basate sul confronto di caratteristiche, come impronte papillari, segni lasciati da armi e utensili, calzature, pneumatici e grafia.

Il punto centrale è semplice, ma rilevante: l’affidabilità di una conclusione non dipende soltanto dal suo contenuto. Dipende anche dal metodo applicato, dalla corretta osservanza delle procedure e dai dati empirici che descrivono la prestazione di quel metodo.

Perché i soli tassi di errore possono essere fuorvianti

Quando un metodo prevede soltanto due risultati, come identificazione ed esclusione, i tassi di falso positivo e falso negativo forniscono informazioni importanti. Molte discipline forensi, tuttavia, adottano una scala a tre esiti: identificazione, inconclusivo ed esclusione.

In questo caso, due soli tassi non descrivono l’intera prestazione. Gli autori propongono un esempio estremo. Un primo metodo restituisce sempre “inconclusivo”, qualunque sia l’origine dei reperti. Un secondo metodo identifica correttamente tutti i confronti a fonte comune ed esclude correttamente tutti quelli a fonte diversa. Entrambi possono presentare, secondo le definizioni classiche, zero falsi positivi e zero falsi negativi. Eppure, il primo non distingue nulla, mentre il secondo distingue perfettamente.

La conseguenza è che un tasso di errore apparentemente ottimo non garantisce, da solo, che il metodo sia informativo. Per comprenderne la prestazione, occorre conoscere la distribuzione completa di tutti gli esiti: quante identificazioni, esclusioni e decisioni inconclusive sono state prodotte nei confronti di cui era nota la reale origine.

Conformità al metodo e prestazione del metodo

Lo studio distingue due livelli che spesso vengono confusi.

La conformità al metodo riguarda il comportamento dell’analista: ha seguito le procedure, le condizioni di applicazione e i criteri decisionali previsti? La prestazione del metodo riguarda, invece, ciò che il metodo è in grado di fare: quanto distingue tra ipotesi alternative e quanto produce risultati riproducibili tra analisti e laboratori.

I due livelli sono entrambi necessari. Un metodo può disporre di buoni dati di validazione, ma quei dati perdono pertinenza se il singolo analista si discosta dalle procedure. Allo stesso tempo, la semplice osservanza di una procedura non dimostra che il metodo sia sufficientemente discriminante o affidabile. Seguire correttamente un metodo debole non lo trasforma in un metodo forte.

Un inconclusivo non è “corretto” o “errato”

Un’identificazione è corretta quando attribuisce alla stessa fonte elementi che provengono realmente dalla stessa fonte. È errata quando formula un’attribuzione falsa. Lo stesso principio vale, in senso opposto, per l’esclusione.

L’inconclusivo è diverso: non afferma quale sia la reale origine. Per questo, rispetto alla verità del confronto, non è né corretto né errato. Può però essere appropriato oppure inappropriato rispetto al metodo.

È appropriato quando le informazioni disponibili non raggiungono i criteri richiesti per una conclusione netta. In quella situazione, forzare un’identificazione o un’esclusione significherebbe oltrepassare il campo di validazione del metodo. L’inconclusivo può invece essere inappropriato quando i criteri previsti risultano soddisfatti, ma l’analista evita comunque di assumere una decisione prevista dalla procedura.

La domanda decisiva, quindi, non è soltanto: “La risposta è conclusiva?”. Bisogna chiedersi se sia giustificabile: deriva da un’applicazione conforme del metodo e da un metodo le cui prestazioni sono state valutate in condizioni pertinenti?

Riproducibilità non significa accuratezza

Anche l’accordo tra esperti deve essere interpretato con cautela. Se più analisti raggiungono lo stesso risultato, il dato indica riproducibilità. Non dimostra, da solo, che il risultato coincida con la verità.

Più persone possono applicare nello stesso modo una procedura e giungere coerentemente alla medesima conclusione. Ciò non basta a stabilire quanto il metodo distingua correttamente le due ipotesi. Viceversa, un basso accordo tra analisti segnala ambiguità nelle procedure o differenze nelle prestazioni, ma non consente di calcolare direttamente l’accuratezza.

Per questo, lo studio raccomanda di comunicare separatamente la capacità discriminante, collegando gli esiti alla verità nota negli studi di validazione, e la riproducibilità, verificando la coerenza tra applicazioni dello stesso metodo.

Il commento critico di Lumen: la certezza del tono non è certezza della prova

Nel lavoro peritale e investigativo esiste una pressione concreta verso risposte nette. Il committente può attendersi un sì o un no. Una conclusione categorica può sembrare più utile, più autorevole e perfino più “vendibile” di una valutazione prudente. Ma la sicurezza con cui una frase viene pronunciata non misura la qualità della prova.

Una risposta categorica formulata oltre i limiti dei dati non elimina l’incertezza: la nasconde. Il rischio aumenta quando l’esperto presenta come certezza ciò che, in realtà, è soltanto compatibilità, somiglianza, probabilità o interpretazione. In questi casi, una relazione può apparire forte, ma essere metodologicamente fragile.

Lumen Investigazioni si differenzia da un approccio orientato a fornire sempre una risposta definitiva. Il compito di un professionista non è confermare l’ipotesi del cliente né chiudere ogni domanda con una formula assoluta. È documentare ciò che è stato osservato, distinguere i fatti dalle inferenze, indicare le ipotesi alternative e dichiarare i limiti del materiale raccolto.

Dire “gli elementi non consentono una conclusione affidabile” non significa sottrarsi alla responsabilità. Significa assumersela. In alcune situazioni, l’inconclusivo è il risultato che tutela meglio il cliente, il procedimento e la credibilità di chi ha svolto l’analisi.

La prudenza, tuttavia, non deve diventare una scorciatoia. Anche l’inconclusivo deve essere motivato: occorre spiegare quali dati mancano, quali criteri non sono raggiunti e perché non sia possibile procedere oltre. Il valore della relazione sta nella tracciabilità del ragionamento, non nella sola etichetta finale.

Che cosa dovrebbe contenere una relazione realmente trasparente

I principi dello studio suggeriscono un modello di comunicazione utile anche al di fuori del laboratorio. Una relazione tecnica o investigativa dovrebbe rendere riconoscibili almeno quattro piani:

  • i fatti direttamente osservati e documentati;
  • le inferenze formulate a partire da quei fatti;
  • il metodo, le procedure e i criteri utilizzati;
  • i limiti, le condizioni e le possibili spiegazioni alternative.

Questa separazione permette al destinatario di attribuire il giusto peso al risultato. Evita inoltre che un’opinione venga percepita come più solida di quanto sia realmente.

Lo stesso vale per i dati statistici. Comunicare un singolo tasso di errore o una percentuale aggregata può essere insufficiente. Occorre chiarire quali esiti sono stati conteggiati, su quali confronti, con quali procedure, da quali analisti e in quali condizioni. Senza queste informazioni, una cifra precisa può generare un’impressione di affidabilità superiore a quella effettivamente dimostrata.

Conclusione

La qualità della scienza forense non si misura dal numero di risposte nette che produce. Si misura dalla capacità di formulare conclusioni proporzionate ai dati, ottenute mediante procedure definite, verificabili e sostenute da studi pertinenti.

Un’identificazione può essere inappropriata anche quando coincide casualmente con la verità, se è stata formulata senza rispettare i criteri del metodo. Un inconclusivo può essere pienamente giustificato quando impedisce di oltrepassare ciò che i dati consentono di affermare.

Per Lumen Investigazioni, essere rigorosi significa anche saper delimitare la conclusione. La forza di una relazione non dipende dall’assolutezza delle parole, ma dalla qualità delle osservazioni, dalla trasparenza del percorso e dalla possibilità di verificare come si è arrivati al risultato.

Una conclusione prudente e motivata è più utile di una certezza apparente che i dati non possono sostenere.

Riferimenti bibliografici

Autori
H. Swofford, S. Lund, H. Iyer, J. Butler, J. Soons, R. Thompson, V. Desiderio, J.P. Jones, R. Ramotowski
Anno
2024
Titolo originale
Inconclusive decisions and error rates in forensic science
Rivista
Forensic Science International: Synergy
Volume
8
Pagine / ID articolo
100472
Database
ScienceDirect
DOI
https://doi.org/10.1016/j.fsisyn.2024.100472