Le origini del comportamento violento sono da tempo oggetto di studio in criminologia, psicologia e neuroscienze. Nel libro L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, Adrian Raine, psicologo britannico, analizza il rapporto tra funzionamento cerebrale, fattori biologici, ambiente e sviluppo della condotta violenta.
Nel sesto capitolo, intitolato Assassini nati, l’autore sposta l’attenzione sulle primissime fasi della vita, interrogandosi su quanto ciò che accade durante la gravidanza, alla nascita e nella prima infanzia possa contribuire alla comparsa di vulnerabilità associate al comportamento antisociale in età adulta.
Quando biologia e ambiente si incontrano
Un importante studio condotto a Copenaghen ha analizzato il rapporto tra complicazioni alla nascita, quello che gli autori definirono “rifiuto materno” e successivi esiti criminali.
Per valutare il cosiddetto rifiuto materno furono considerate tre circostanze: una gravidanza indesiderata, un tentativo di aborto e il collocamento del bambino in un istituto per almeno quattro mesi durante il primo anno di vita.
Al compimento dei diciotto anni vennero esaminati i precedenti penali dei soggetti, suddividendoli in gruppi sulla base della presenza o meno di complicazioni alla nascita e di queste condizioni familiari precoci.
Nei bambini che presentavano una sola o nessuna delle due condizioni, il tasso di criminalità violenta rimaneva intorno al 3%. Quando, invece, complicazioni alla nascita e rifiuto materno erano entrambi presenti, saliva al 9%.
In particolare, il tentativo di aborto e il collocamento in istituto, quando associati a difficoltà alla nascita, risultavano maggiormente collegati alle forme più gravi di violenza, come rapina, stupro e omicidio.
Si tratta, tuttavia, di associazioni statistiche. Questi fattori non determinano automaticamente lo sviluppo di una condotta criminale, ma possono concorrere alla formazione di condizioni di vulnerabilità.
Tra le condizioni che possono compromettere lo sviluppo del bambino vi è l’ipossia, cioè un insufficiente apporto di ossigeno. Il cervello è particolarmente sensibile alla carenza di ossigeno, soprattutto durante le prime fasi dello sviluppo.
Alcune aree cerebrali, come l’ippocampo, coinvolto nei processi di memoria e orientamento spaziale, possono risentirne. Anche la corteccia frontale, importante per la pianificazione, il controllo degli impulsi e la regolazione del comportamento, può essere vulnerabile a condizioni che alterano l’afflusso di sangue e ossigeno.
Preeclampsia, sanguinamenti materni e alcune infezioni possono rappresentare, in determinate circostanze, fattori di rischio per il normale sviluppo fetale.
Complicazioni alla nascita, capacità cognitive e comportamento
A chiarire come alcune difficoltà precoci possano riflettersi sullo sviluppo è una ricerca condotta da Jianghong Liu su un ampio campione di bambini nati a Mauritius.
Lo studio ha preso in considerazione tre elementi: le complicazioni verificatesi prima, durante o subito dopo la nascita, il livello di QI raggiunto dai bambini all’età di undici anni e la presenza di problemi comportamentali, come aggressività, condotte antisociali e iperattività.
I risultati hanno mostrato una relazione tra questi fattori. I bambini che avevano sperimentato maggiori complicazioni alla nascita tendevano a presentare, in media, un QI più basso a undici anni e maggiori problemi comportamentali.
A sua volta, un funzionamento cognitivo più basso risultava associato a livelli più elevati di aggressività, iperattività e comportamento antisociale.
Le complicazioni nelle prime fasi della vita possono quindi interferire con il normale sviluppo e funzionamento del cervello, incidendo anche su alcune capacità cognitive.
Il QI, tuttavia, rappresenta soltanto uno degli indicatori utilizzati per valutare il funzionamento neurocognitivo. Non costituisce una causa diretta della criminalità né consente di prevedere il comportamento futuro di una persona.
I primi legami affettivi
Lo sviluppo non dipende solamente da ciò che avviene sul piano biologico. Anche le esperienze vissute durante la prima infanzia possono avere un ruolo importante.
Nello studio di Copenaghen, il collocamento in istituto per almeno quattro mesi durante il primo anno di vita rientrava tra le condizioni associate al successivo comportamento violento, soprattutto quando si presentava insieme a complicazioni alla nascita.
L’importanza delle prime relazioni è anche alla base della teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby, psichiatra e psicoanalista britannico.
Secondo questa prospettiva, il legame instaurato nei primi anni con una figura di riferimento contribuisce allo sviluppo emotivo e alla futura capacità di costruire relazioni interpersonali.
Questa figura non deve necessariamente coincidere con la madre biologica. Può essere il padre, un altro familiare o un’altra persona stabilmente presente nella vita del bambino.
Ciò che assume particolare importanza è la possibilità di costruire un legame stabile e significativo durante le fasi più sensibili della prima infanzia, favorendo lo sviluppo delle capacità emotive e sociali.
Il periodo prenatale
Lo studio delle origini del comportamento violento può spingersi fino al periodo prenatale, perché alcune condizioni che si verificano durante la gravidanza possono lasciare conseguenze sullo sviluppo fisico e neurologico del feto.
Questa prospettiva richiama, solo apparentemente, alcune delle teorie elaborate nell’Ottocento da Cesare Lombroso.
Lombroso sosteneva l’esistenza del cosiddetto “criminale nato”, biologicamente diverso dagli altri individui e riconoscibile attraverso particolari caratteristiche fisiche, definite stigmate ataviche.
Tra queste indicava, ad esempio, una singola linea trasversale sul palmo della mano, uno spazio marcato tra l’alluce e il secondo dito del piede o la presenza di un particolare solco sulla lingua.
Questi tratti venivano interpretati come segni di una regressione evolutiva e, quindi, di una predisposizione innata alla criminalità.
Tale concezione è oggi scientificamente superata.
Alcune caratteristiche fisiche studiate successivamente dalla ricerca possono però rientrare tra quelle che vengono definite anomalie fisiche minori. Non sono “segni del criminale” e non permettono di identificare una predisposizione alla violenza. Possono, in alcuni casi, essere considerate semplicemente possibili indicatori di alterazioni avvenute durante lo sviluppo prenatale.
Il rapporto tra indice e anulare
Un altro ambito studiato riguarda il rapporto tra la lunghezza dell’indice e quella dell’anulare, noto come rapporto 2D:4D.
In passato questo parametro è stato proposto come possibile indicatore indiretto dell’esposizione prenatale agli androgeni. Alcune ricerche ne hanno inoltre esplorato l’associazione con caratteristiche come ricerca di sensazioni forti, impulsività, iperattività e aggressività.
Si tratta, però, di un ambito ancora controverso.
L’attendibilità del rapporto 2D:4D come indicatore dell’esposizione prenatale al testosterone è discussa e le evidenze disponibili non consentono di utilizzarlo come misura certa né, tantomeno, come strumento per prevedere il comportamento di un individuo.
La lunghezza delle dita non determina quindi l’aggressività e non può essere considerata un segnale di predisposizione criminale.
Fumo durante la gravidanza
Numerosi studi hanno esaminato anche il rapporto tra esposizione prenatale al fumo e successivi problemi nello sviluppo.
La nicotina attraversa la placenta e può influire sull’afflusso di sangue e ossigeno al feto. Per questo motivo il fumo durante la gravidanza è associato a diversi rischi per la salute e per il normale sviluppo fetale.
Alcune ricerche hanno rilevato associazioni tra esposizione prenatale al fumo e una maggiore presenza di problemi comportamentali, difficoltà di attenzione, impulsività e condotte esternalizzanti durante la crescita.
Sono stati studiati anche possibili effetti sullo sviluppo cerebrale e sul funzionamento neurocognitivo.
Il rapporto tra fumo materno e successivi comportamenti antisociali rimane però complesso. Le associazioni osservate possono essere influenzate anche da fattori genetici, familiari, sociali e ambientali.
Non è quindi corretto sostenere che il fumo durante la gravidanza conduca direttamente allo sviluppo di comportamenti violenti.
Consumo di alcol durante la gravidanza
Effetti particolarmente rilevanti sullo sviluppo fetale possono derivare dall’esposizione significativa all’alcol durante la gravidanza.
Tra le conseguenze più gravi rientrano i disturbi dello spettro feto-alcolico, che possono comprendere anomalie fisiche, problemi nella crescita e alterazioni del sistema nervoso centrale.
Nelle forme più severe possono comparire difficoltà cognitive, problemi nell’attenzione, nella memoria e nelle funzioni esecutive.
Queste ultime sono fondamentali per la pianificazione, il controllo degli impulsi, la regolazione del comportamento e la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni.
Sono state inoltre osservate alterazioni di diverse strutture cerebrali, tra cui il corpo calloso, formato dalle fibre nervose che mettono in comunicazione i due emisferi cerebrali.
Anche in questo caso, tuttavia, la presenza di alterazioni neurocognitive non equivale automaticamente allo sviluppo di una condotta criminale. Può rappresentare uno dei molti elementi di vulnerabilità che interagiscono con il contesto familiare, sociale ed educativo.
La violenza non è un destino
Esistono dunque gli “assassini nati”?
Se con questa espressione si intende l’esistenza di individui biologicamente destinati fin dalla nascita a diventare criminali violenti, la risposta è no.
Le ricerche analizzate mostrano però come alcuni fattori biologici, prenatali, neurocognitivi e ambientali possano contribuire alla formazione di vulnerabilità già nelle primissime fasi dello sviluppo.
Nessuno di questi elementi, considerato singolarmente, permette di prevedere che una persona svilupperà un comportamento violento.
Studiare le origini della violenza significa quindi superare l’idea di un criminale predeterminato e riconoscere che lo sviluppo dell’individuo nasce dall’interazione continua tra caratteristiche biologiche ed esperienze ambientali.
La biologia può contribuire a creare una vulnerabilità. L’ambiente può amplificarla, attenuarla o modificarne gli effetti. È proprio nell’interazione tra questi fattori, e non in un presunto destino scritto alla nascita, che la ricerca cerca di comprendere le origini del comportamento violento.