Di Luca Gariboldi
Investigatore privato e fondatore di Lumen Investigazioni
Analisi criminologica e metodologica basata su fonti pubbliche relative a un’inchiesta in corso.
Ci sono casi di cronaca che non colpiscono soltanto per l’orrore dei fatti ipotizzati, ma perché costringono a mettere alla prova le categorie con cui leggiamo il crimine.
L’inchiesta della Procura di Milano sui cosiddetti “cecchini del weekend” di Sarajevo, civili occidentali che, secondo le ipotesi investigative riportate da fonti pubbliche, avrebbero pagato per sparare sulla popolazione durante l’assedio della città, appartiene a questa seconda categoria.
Non è un caso da leggere con il linguaggio del “mostro”, né con quello semplificato del serial killer. È, se confermato, qualcosa di diverso: una forma di opportunismo criminale in contesto bellico, resa possibile da organizzazione logistica, percezione di impunità, deumanizzazione delle vittime e ricerca di status attraverso la violenza.
Quello che segue non è una ricostruzione giudiziaria, né un atto d’accusa. È una lettura metodologica di un fenomeno ipotizzato da un’inchiesta ancora in corso. Le persone coinvolte hanno diritto alla presunzione di innocenza e nulla di ciò che viene scritto intende attribuire responsabilità penali a soggetti determinati.
Il fatto, in breve
Secondo quanto emerso da fonti giornalistiche e dall’esposto presentato dallo scrittore Ezio Gavazzeni, autore del libro-inchiesta I cecchini del weekend, alcuni civili occidentali avrebbero raggiunto le colline attorno a Sarajevo durante gli anni dell’assedio per affiancare i cecchini serbo-bosniaci e sparare sui civili in cambio di denaro.
Il punto più disturbante, dal punto di vista criminologico, è il rovesciamento del rapporto economico.
Nel sicariato tradizionale chi spara viene pagato. Qui, secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe accaduto l’opposto: chi spara paga per poterlo fare.
Questo dettaglio non è marginale. Cambia completamente il baricentro motivazionale. Non siamo di fronte a un omicidio commesso per profitto, né a una violenza strumentale finalizzata a ottenere un risultato pratico. L’ipotesi è quella di una violenza consumata come esperienza estrema: pagare per accedere a un contesto in cui l’atto omicidiario viene percepito come possibile, protetto, addirittura dotato di uno status particolare.
È qui che il caso diventa interessante per chi si occupa di analisi investigativa. Non perché consenta facili conclusioni psicologiche, ma perché obbliga a distinguere con precisione tra comportamento, movente, contesto, opportunità e prova.
Non sono “serial killer”: perché la categoria conta
Il primo riflesso, davanti a fatti così gravi, è ricondurli all’immaginario del serial killer. È comprensibile, ma metodologicamente sbagliato.
In criminologia gli errori di classificazione non sono dettagli teorici: orientano male l’analisi, l’indagine e perfino il racconto pubblico.
L’omicidio seriale, nella sua definizione classica, presuppone una sequenza di omicidi commessi da uno stesso autore, spesso con una motivazione interna relativamente stabile, una progressione comportamentale e, in alcuni casi, elementi ricorrenti nella scena del crimine. Il fenomeno ipotizzato a Sarajevo sembra appartenere a un’altra categoria.
Qui non avremmo un singolo autore che agisce secondo una propria traiettoria criminale privata, ma soggetti diversi che entrano temporaneamente in un sistema già esistente: una guerra, una linea del fronte, una rete logistica, un contesto di impunità percepita.
Il concetto più utile, in questo caso, non è quello di serialità, ma quello di opportunismo criminale.
Alcuni soggetti, che in tempo di pace potrebbero non avere alcuna carriera criminale visibile, trovano in un contesto eccezionale una struttura di opportunità irripetibile. La guerra diventa il luogo in cui certe fantasie, pulsioni o forme di ricerca del rischio possono essere agite con minori freni sociali, minore controllo istituzionale e maggiore possibilità di occultamento.
Questo non significa giustificare. Significa comprendere correttamente il fenomeno.
E in investigazione, comprendere correttamente è il primo passo per non sbagliare bersaglio.
Il linguaggio come indizio comportamentale
Uno degli elementi più significativi, se confermato, riguarda il lessico attribuito all’organizzazione.
Quando un gruppo umano sostituisce le parole che indicano le vittime con termini presi dal vocabolario della caccia, non sta semplicemente usando un gergo interno. Sta compiendo un’operazione psicologica e culturale precisa: ridurre la persona a bersaglio, la vittima a preda, l’omicidio a prestazione.
Questo processo è noto nella letteratura criminologica e psicologica come deumanizzazione.
La deumanizzazione non è un accessorio del crimine di massa. È spesso una sua condizione preparatoria. Trasformare verbalmente una persona in “preda” significa indebolire l’ostacolo empatico che, in condizioni ordinarie, impedirebbe di sparare contro un essere umano inerme.
Il linguaggio, in questo senso, non prova da solo un fatto. Ma può diventare un indizio comportamentale importante.
Se un certo lessico è condiviso, ripetuto e funzionale all’azione, non descrive solo la brutalità dei singoli. Può descrivere una cultura organizzativa costruita per rendere l’atto più sostenibile, più normale, più accettabile all’interno del gruppo.
È la differenza tra un gesto isolato e un sistema.
L’esibizione come possibile movente
Un altro aspetto rilevante riguarda il comportamento successivo all’atto.
Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, diversi elementi dell’inchiesta sarebbero emersi da racconti, confidenze, frasi riferite, forme di vanto o di auto-rappresentazione a distanza di anni.
Anche qui serve prudenza. Il racconto non è automaticamente prova. La millanteria esiste. L’autocelebrazione esiste. L’identificazione con un gruppo violento può portare una persona a vantarsi di atti mai commessi.
Ma proprio per questo il dato è investigativamente interessante.
Quando un presunto autore non si limita a compiere un atto, ma sente il bisogno di raccontarlo, esibirlo o trasformarlo in trofeo narrativo, l’analisi del comportamento deve porsi una domanda: il racconto successivo era solo un effetto collaterale, o era parte del rinforzo motivazionale?
In altre parole: la violenza serviva solo a uccidere, oppure serviva anche a costruire un’identità?
In alcuni casi, la vittima rischia di diventare il mezzo attraverso cui l’autore costruisce un’immagine di sé: uomo estremo, uomo capace di oltrepassare il limite, uomo che ha visto e fatto ciò che gli altri possono solo immaginare.
Questa è una dinamica narcisistico-esibitiva, ma va chiarito un punto fondamentale: da questi elementi non si può ricavare una diagnosi clinica.
Non possiamo parlare seriamente di “psicopatia”, “narcisismo patologico” o altre categorie psichiatriche riferite a persone mai valutate clinicamente, sulla base di comportamenti riportati da terzi. Sarebbe lo stesso errore che spesso vediamo nei talk show: trasformare l’analisi criminologica in psicologia da salotto.
Possiamo dire che un comportamento è compatibile con una motivazione esibitiva. Non possiamo dire che una persona sia clinicamente questo o quello.
La differenza non è formale. È ciò che separa l’analisi scientifica dalla suggestione.
La guerra come disinibitore
C’è poi un altro elemento da considerare.
Il contesto di guerra è un potente disinibitore. Non perché sospenda il diritto, i crimini di guerra restano crimini, ma perché può produrre una percezione soggettiva di eccezione: meno controllo, meno responsabilità, meno visibilità, più possibilità di confondersi dentro una violenza già in atto.
Questo è uno degli aspetti più inquietanti del caso.
Non è necessario immaginare soltanto “mostri” isolati. È possibile che alcuni soggetti, fuori da quel contesto, abbiano condotto vite socialmente convenzionali, magari senza precedenti penali, senza segnali evidenti, senza una traiettoria criminale riconoscibile.
Se così fosse, il caso sarebbe ancora più disturbante.
Perché non parlerebbe soltanto di devianza estrema, ma della possibilità che persone apparentemente ordinarie, in determinate condizioni, possano accedere a forme di violenza che in tempo di pace sarebbero rimaste latenti, fantasticate o comunque non agite.
Il punto criminologico non è dire che “tutti potrebbero farlo”. Sarebbe falso e banalizzante.
Il punto è riconoscere che il comportamento criminale non nasce mai nel vuoto. Nasce dall’interazione tra individuo, contesto, opportunità, gruppo, giustificazioni morali e percezione delle conseguenze.
Il nodo più difficile: le vittime
Ogni analisi seria deve dichiarare i propri limiti.
Le vittime di questi atti, se l’ipotesi investigativa sarà confermata, sono i civili di Sarajevo colpiti durante l’assedio: uomini, donne, anziani, bambini, persone comuni che cercavano di sopravvivere in una città sotto attacco.
Ma stabilire, a trent’anni di distanza, quali singoli eventi siano attribuibili a eventuali “turisti della violenza” e quali ai cecchini militari regolari è un’operazione estremamente complessa. In molti casi potrebbe essere impossibile.
Questo è un limite epistemico, prima ancora che giudiziario.
In assenza di una scena del crimine ricostruibile per ogni singolo sparo, di rilievi balistici conservati, di autopsie complete e di una catena documentale integra, la prova tende a spostarsi dal singolo omicidio alla partecipazione al sistema.
Diventa allora decisivo dimostrare non solo che una persona si sia vantata, ma che abbia avuto accesso reale al contesto operativo: viaggi compatibili, contatti, conoscenze specifiche, capacità logistica, riscontri indipendenti, eventuali materiali, testimonianze convergenti.
È qui che il metodo fa la differenza.
Perché il rischio dei falsi positivi è reale. Tra chi ha raccontato di essere stato a Sarajevo, quanti hanno davvero partecipato ad azioni violente? Quanti hanno millantato? Quanti hanno esagerato un’esperienza marginale per ottenere status all’interno di una cerchia? Quanti hanno costruito una narrazione identitaria su fatti non commessi?
Non sono domande difensive nel senso banale del termine. Sono domande investigative.
Un’indagine seria non serve a confermare l’orrore che già immaginiamo. Serve a distinguere ciò che è provato da ciò che è plausibile, ciò che è compatibile da ciò che è dimostrato, ciò che è raccontato da ciò che è accaduto.
Il fallimento investigativo come secondo danno
Uno degli aspetti più gravi della vicenda, almeno per come emerge dalle fonti pubbliche, riguarda il tempo.
Se segnalazioni, informazioni o sospetti erano già circolati negli anni Novanta, la domanda non può essere soltanto: chi ha sparato?
La domanda deve essere anche: perché non si è arrivati prima a un accertamento effettivo?
Quando un crimine contro civili resta senza indagine adeguata per decenni, il danno non riguarda solo la punizione dei responsabili. Riguarda la memoria delle vittime, la fiducia nella giustizia e la capacità dello Stato di adempiere al proprio dovere di accertamento.
In materia di gravi violazioni contro la persona, il tema non è solo il potere dello Stato di indagare. È il suo dovere di farlo in modo effettivo, indipendente, tempestivo e trasparente.
L’apertura o la prosecuzione di un’inchiesta a trent’anni di distanza può avere un valore importante. Ma non cancella la domanda centrale: che cosa è mancato prima?
Questa è forse la lezione più rilevante per chi si occupa di investigazione.
Il tempo non è neutro. Ogni anno che passa consuma tracce, indebolisce memorie, disperde documenti, rende più difficile distinguere il vero dal falso. Quando un’indagine parte tardi, non parte semplicemente “dopo”. Parte in salita.
Il rischio del racconto mediatico
C’è infine un ultimo problema: il modo in cui raccontiamo questi casi.
La cronaca tende spesso a cercare il personaggio. Il volto. Il mostro. L’imprenditore, il professionista, il cacciatore, il soggetto su cui costruire la storia del giorno.
È comprensibile. Ma è anche pericoloso.
Perché concentrarsi solo sul singolo rischia di far perdere di vista la struttura: chi organizzava, chi facilitava, chi sapeva, chi copriva, chi taceva, chi permetteva il passaggio, chi forniva armi, contatti, protezione o informazioni.
Se i fatti saranno confermati, Sarajevo non sarà la somma di pochi singoli colpevoli: sarà un Sistema, e un sistema non si comprende guardando solo chi preme il grilletto. Si comprende ricostruendo la rete che ha reso possibile arrivare fino a quel grilletto.
Questo è il punto su cui l’analisi investigativa deve distinguersi dal racconto emotivo. L’emozione può aprire gli occhi. Ma solo il metodo consente di vedere davvero.
Rimettere al centro le vittime
In tutto il discorso pubblico su questa vicenda si parla molto dei presunti tiratori e molto meno delle vittime.
È un errore frequente nel racconto del crimine.
L’autore affascina perché sembra spiegare l’eccezione. La vittima, invece, ci costringe a guardare il danno reale: la persona concreta, la famiglia, il corpo, la vita interrotta, la comunità ferita.
Una buona analisi vittimologica parte da qui.
Non dalla curiosità per chi ha sparato, ma dalla responsabilità verso chi è stato colpito.
Se questa vicenda merita di essere studiata, non è per trasformarla in un nuovo episodio di consumo true crime. È perché mostra, in modo estremo, che cosa accade quando violenza, opportunità, gruppo, impunità e disumanizzazione si incontrano.
E perché ricorda una cosa semplice, ma spesso dimenticata: l’investigazione non serve a costruire storie più affascinanti. Serve a distinguere il vero dal falso, il provato dal possibile, il sistema dal singolo, la giustizia dalla vendetta.
Il metodo non raffredda l’orrore, lo rende comprensibile senza tradirlo.
Questo contributo ha finalità divulgative e di riflessione metodologica. Si fonda su informazioni di pubblico dominio relative a un’inchiesta tuttora in corso e non intende attribuire responsabilità penali a persone determinate, che si presumono innocenti fino a sentenza definitiva. Lumen Investigazioni si occupa di analisi investigativa, criminologia applicata, indagini difensive e consulenza per privati, studi legali e aziende.