Il presente approfondimento prende spunto dall’articolo scientifico Do Theoretical Assumptions of Geographic Profiling Hold When Scrutinising Commuter Serial Rape Offenders in South Africa?, scritto da Dion Glass e Friedo Herbig e pubblicato sul Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling. Lo studio analizza il tema del profiling geografico applicato agli autori seriali di reati sessuali in Sudafrica, con particolare attenzione a una categoria specifica: gli autori cosiddetti commuter, cioè soggetti che si spostano dalla propria area di vita abituale verso altre zone per commettere i reati.

Il tema è particolarmente interessante perché mette in discussione alcune assunzioni tradizionali del profiling geografico. Questa metodologia investigativa utilizza la distribuzione dei luoghi del crimine per ipotizzare l’area più probabile da cui proviene o in cui vive l’autore.

In altre parole, lo studio si chiede: le teorie classiche sul comportamento spaziale dei criminali funzionano davvero anche quando l’autore non agisce vicino alla propria abitazione, ma si sposta appositamente in altre zone?

Che cos’è il profiling geografico

Il profiling geografico è una metodologia investigativa che parte da un principio semplice: i reati non avvengono nello spazio in modo del tutto casuale.

Ogni autore di reato si muove all’interno di un ambiente che conosce, frequenta o ritiene favorevole. Le sue scelte spaziali possono essere influenzate dalla routine quotidiana, dai luoghi di lavoro, dalle zone di socializzazione, dai percorsi abituali, dalla disponibilità delle vittime e dalla percezione del rischio.

Il profiling geografico cerca quindi di analizzare la distribuzione dei luoghi collegati a una serie di reati. L’obiettivo è formulare ipotesi sull’area di provenienza dell’autore, sul suo punto di partenza abituale o sui luoghi che conosce meglio.

Negli studi criminologici, questo punto viene spesso definito anchor point, cioè “punto di ancoraggio”. Può coincidere con l’abitazione dell’autore, ma anche con il luogo di lavoro, la casa di un familiare, un’area frequentata abitualmente o un punto stabile della sua vita quotidiana.

Questa metodologia viene applicata soprattutto nei casi seriali, perché ogni nuovo episodio fornisce ulteriori informazioni spaziali. Più luoghi sono disponibili per l’analisi, più diventa possibile individuare schemi, ricorrenze o anomalie.

Marauder e commuter: due modelli diversi di autore

Uno degli aspetti centrali dello studio riguarda la distinzione tra due tipologie di autori seriali: i marauder e i commuter.

  • Il marauder è l’autore che tende a commettere i reati muovendosi a partire dal proprio punto di ancoraggio. In genere agisce in aree relativamente vicine alla propria abitazione o ai luoghi che frequenta abitualmente. I suoi reati tendono quindi a distribuirsi intorno a un centro più o meno riconoscibile.
  • Il commuter, invece, è un autore che si sposta verso un’altra area per commettere i reati. La zona in cui agisce può essere distante dal luogo in cui vive, lavora o conduce la propria routine principale. Questo rende il suo comportamento più difficile da interpretare con i modelli tradizionali del profiling geografico.

La distinzione non è solo teorica. Dal punto di vista investigativo è fondamentale, perché orienta il modo in cui vengono lette le mappe dei reati.

Se l’autore è un marauder, gli investigatori possono concentrarsi sull’area interna o prossima alla distribuzione dei reati. Se invece è un commuter, l’area di provenienza potrebbe trovarsi fuori dal perimetro apparente delle scene del crimine.

Il rischio, quindi, è quello di cercare nel posto sbagliato.

Le teorie classiche: distanza, minimo sforzo e zona cuscinetto

Lo studio di Glass e Herbig analizza tre concetti fondamentali del profiling geografico tradizionale: distance decay, principio del minimo sforzo e buffer zone.

  • Il concetto di distance decay indica la tendenza degli autori a commettere più reati vicino ai luoghi familiari e meno reati man mano che aumenta la distanza dal proprio punto di ancoraggio. Secondo questa teoria, maggiore è la distanza, maggiore è lo sforzo richiesto e più alto è il rischio percepito.
  • Il principio del minimo sforzo è collegato a questa idea. L’autore, tra più luoghi possibili, tenderebbe a scegliere quello che offre il miglior rapporto tra vantaggio e costo: una zona favorevole, raggiungibile, conosciuta e non troppo rischiosa.
  • La buffer zone, invece, è la cosiddetta zona cuscinetto. Secondo questa teoria, un autore potrebbe evitare di commettere reati troppo vicino alla propria abitazione o ai luoghi in cui è riconoscibile, per non attirare sospetti. Agirebbe quindi non esattamente “sotto casa”, ma poco oltre una certa distanza di sicurezza.

Questi tre concetti sono molto importanti perché sono alla base di molte interpretazioni sul movimento criminale. Tuttavia, lo studio dimostra che non sempre funzionano nello stesso modo.

Cosa ha rilevato lo studio

La ricerca si è concentrata su stupratori seriali commuter sudafricani, analizzando sia dati quantitativi provenienti da casi risolti, sia dati qualitativi ricavati da interviste con autori detenuti.

Il risultato principale è che questi autori non sembrano aderire pienamente alle assunzioni classiche del profiling geografico.

In particolare, il 96,7% dei casi analizzati non ha mostrato un vero modello di distance decay. In altre parole, i luoghi dei reati non tendevano progressivamente ad avvicinarsi o ad allontanarsi secondo uno schema coerente rispetto al punto di ancoraggio dell’autore.

Anche la teoria della buffer zone è risultata solo parzialmente confermata. Molti autori dichiaravano di non voler commettere reati vicino a casa o in aree in cui potevano essere riconosciuti, ma questa intenzione non sempre si traduceva in un modello geografico chiaramente individuabile.

Lo stesso vale per il principio del minimo sforzo. Gli autori commuter non sembravano necessariamente scegliere i luoghi in base a una riduzione progressiva dello sforzo geografico. Piuttosto, tendevano a tornare in aree che conoscevano o che percepivano come funzionali, anche se distanti dal loro punto di partenza.

Questo è un passaggio molto importante: lo sforzo non va misurato soltanto in chilometri. Una zona distante può risultare comunque “facile” per l’autore se rientra nella sua routine, se la conosce bene, se vi transita spesso o se la considera favorevole alla commissione del reato.

L’importanza della direzionalità

Uno degli elementi più interessanti emersi dallo studio è il ruolo della direzionalità.

Secondo gli autori, nei casi analizzati, la differenza tra marauder e commuter non dipende soltanto dalla distanza percorsa. Un autore può anche viaggiare molto, ma ciò che conta è come si distribuiscono i luoghi del reato rispetto al suo punto di ancoraggio.

  • Il marauder tende a produrre una distribuzione più circolare, con reati collocati in varie direzioni intorno al proprio punto di partenza.
  • Il commuter, invece, tende a muoversi in una direzione più definita, lasciando una sorta di traiettoria criminale orientata verso una o più aree lontane.

Questa osservazione è significativa perché suggerisce che, anche quando il punto di ancoraggio non è immediatamente evidente, la direzione dei reati può offrire indicazioni investigative utili.

Non si tratta quindi solo di chiedersi “quanto lontano si è spostato l’autore?”, ma anche “in quale direzione si sta muovendo?” e “quali aree sembrano collegate tra loro?”.

Perché i modelli tradizionali possono non bastare

Lo studio mette in luce un limite importante: molte teorie del profiling geografico sono state sviluppate principalmente sulla base di contesti occidentali o di Paesi con infrastrutture, abitudini di mobilità e organizzazione urbana diverse.

Il Sudafrica presenta caratteristiche sociali e spaziali particolari, come forti disuguaglianze territoriali, elevata mobilità, differenti modalità di trasporto, aree urbane e rurali connesse in modo complesso e contesti abitativi spesso molto diversi da quelli considerati negli studi tradizionali.

Questo significa che una teoria valida in un determinato Paese non può essere applicata automaticamente ovunque.

Il comportamento criminale è influenzato dal contesto. Le scelte dell’autore non dipendono soltanto dalla sua psicologia, ma anche dall’ambiente in cui vive, dai percorsi disponibili, dai mezzi di trasporto, dalla struttura urbana, dalla presenza di potenziali vittime e dal rischio percepito.

Per questo motivo, gli autori dello studio sostengono la necessità di una prospettiva teorica più adatta a cogliere la realtà spaziale del crimine nel contesto sudafricano.

Cosa insegna questo studio sul comportamento criminale

Il contributo più rilevante dello studio è l’idea che, in alcuni casi, per comprendere il profilo geografico di un autore non bisogna guardare soltanto a ciò che il soggetto fa, ma anche a ciò che non fa.

Nel caso dei commuter, l’assenza di alcuni modelli classici può diventare essa stessa un indizio.

Se non emerge una chiara diminuzione della distanza, se non si individua una zona cuscinetto all’interno dell’area dei reati, se i luoghi non si distribuiscono intorno a un centro, ma sembrano orientati verso una direzione, allora può essere ragionevole ipotizzare che l’autore non viva all’interno dell’area criminale, ma vi arrivi da fuori.

Questa prospettiva è molto interessante perché trasforma un’apparente mancanza di schema in un’informazione utile.

La casualità, se osservata con attenzione, può non essere davvero casuale. Può indicare un diverso modo di muoversi, una diversa relazione con il territorio e una diversa logica di scelta dei luoghi.

Il valore investigativo del profiling geografico

Il profiling geografico non deve essere inteso come uno strumento magico o infallibile. Non consente di individuare automaticamente l’autore di un reato, né può sostituire le attività investigative tradizionali.

Il suo valore sta nella capacità di orientare le ipotesi, ridurre il campo di osservazione, suggerire aree di interesse e integrare altri elementi investigativi.

Una mappa dei reati, da sola, non basta. Deve essere letta insieme alle informazioni sulle vittime, agli orari, alle modalità operative, ai percorsi possibili, alle caratteristiche dell’ambiente, alle testimonianze e agli altri dati raccolti.

Quando utilizzato correttamente, il profiling geografico può aiutare a comprendere non solo dove si verificano i fatti, ma anche quale logica spaziale potrebbe esserci dietro.

Ed è proprio questo il punto centrale dello studio: non basta applicare formule o modelli matematici. Serve una lettura investigativa capace di adattarsi al contesto e al comportamento concreto dell’autore.

Perché questo tema è interessante anche per le agenzie investigative private

Sebbene lo studio riguardi reati gravissimi e attività proprie delle forze dell’ordine, il tema è interessante anche per le agenzie di investigazioni private, perché richiama un principio fondamentale del lavoro investigativo: il comportamento umano lascia tracce nello spazio.

Ogni persona ha abitudini, percorsi, luoghi ricorrenti, zone di comfort e aree che evita. Anche nelle investigazioni private, l’analisi degli spostamenti e dei luoghi frequentati può assumere un ruolo importante, naturalmente sempre nel rispetto della legge, della privacy e dei limiti dell’incarico ricevuto.

In ambito privato, non si parla di profiling geografico nel senso criminologico più stretto, ma il ragionamento di fondo resta utile: osservare un soggetto non significa soltanto seguirlo fisicamente, ma comprendere la logica dei suoi movimenti.

Un investigatore professionale deve saper leggere il territorio, valutare la ripetitività dei percorsi, distinguere uno spostamento casuale da uno abituale, individuare luoghi ricorrenti e interpretare le scelte spaziali in relazione al contesto.

Questo può essere rilevante, ad esempio, nelle indagini difensive, nelle attività di osservazione e controllo, nelle verifiche su comportamenti sospetti, nelle investigazioni aziendali, nei casi di infedeltà, nelle controversie familiari o nelle attività finalizzate alla tutela di un diritto.

Lo studio di Glass e Herbig ricorda quindi un aspetto centrale anche per le agenzie investigative: non esiste una lettura automatica dei comportamenti. I modelli sono utili, ma devono essere interpretati con metodo, esperienza e attenzione al contesto.

Per questo motivo, il profiling geografico e, più in generale, l’analisi spaziale dei comportamenti rappresentano temi di grande interesse anche per il settore investigativo privato: aiutano a ricordare che un’indagine efficace non si limita a raccogliere informazioni, ma deve saperle collegare, interpretare e trasformare in elementi utili alla ricostruzione dei fatti.

Una valutazione investigativa seria richiede sempre attenzione al caso concreto. Il territorio va letto nelle sue caratteristiche specifiche, mentre i movimenti del soggetto devono essere interpretati alla luce delle sue abitudini, dei luoghi frequentati e del contesto in cui si inseriscono.

Riferimenti bibliografici

Autori
D. Glass, F. Herbig
Anno
2024
Titolo originale
Do Theoretical Assumptions of Geographic Profiling Hold When Scrutinising Commuter Serial Rape Offenders in South Africa?
Rivista
Journal of Investigative Psychology and Offender Profiling
Volume
22
Pagine / ID articolo
e1645
Database
onlinelibrary Wiley
DOI
https://doi.org/10.1002/jip.1645