Psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling: perché non sono la stessa cosa

Psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling sono termini molto conosciuti, ma spesso utilizzati in modo confuso. Nei media, nelle serie televisive e anche in alcuni contenuti divulgativi, queste espressioni vengono talvolta trattate come se indicassero la stessa cosa: lo studio della mente criminale, la capacità di prevedere il comportamento di un autore di reato o la costruzione di un profilo psicologico.

In realtà, non è così.

Si tratta di discipline collegate, ma diverse. Comprendere la differenza è importante non solo per gli studiosi, ma anche per avvocati, investigatori, aziende e privati che si rivolgono a professionisti dell’indagine.

Nel manuale Criminal Psychology: Forensic Examination Protocols, Brent E. Turvey e Aurelio Coronado Mares sottolineano proprio questo problema: la psicologia criminale è un concetto molto popolare, ma anche frequentemente frainteso e abusato dai media, dalla cultura popolare e perfino da parte della ricerca accademica. Secondo gli autori, uno degli errori più comuni è usare come sinonimi psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling, quando invece indicano ambiti differenti.

Il problema nasce anche dalla cultura popolare

Gran parte della confusione deriva dall’immaginario creato da film, serie TV e documentari crime.

Il profiler televisivo viene spesso rappresentato come una figura quasi infallibile: osserva una scena, nota pochi dettagli e riesce a comprendere immediatamente la personalità del criminale. Lo psicologo viene mostrato come qualcuno capace di “leggere” chiunque. L’investigatore appare come un genio intuitivo che risolve casi complessi grazie a una particolare sensibilità personale.

Queste immagini sono efficaci dal punto di vista narrativo, ma rischiano di allontanare il pubblico dalla realtà professionale.

Turvey e Coronado Mares criticano proprio questa trasformazione dei concetti scientifici in narrazioni commerciali. Nel loro testo richiamano il ruolo dei media nella costruzione di miti investigativi, come l’idea del detective geniale, delle tecnologie miracolose, del DNA immediato o dei database onnipotenti. Il risultato è una rappresentazione affascinante, ma spesso poco aderente al metodo reale dell’indagine.

Nella realtà, un’indagine seria non si fonda sulla lettura della mente. Si fonda su prove, contesto, metodo, verifica delle ipotesi e prudenza interpretativa.

Che cos’è la psicologia criminale

La psicologia criminale è un campo ampio e interdisciplinare. Non coincide semplicemente con lo studio del “criminale”, né con l’idea popolare di entrare nella mente dell’assassino.

Secondo Turvey e Coronado Mares, la psicologia criminale si colloca all’incrocio tra psicologia, criminologia, sociologia e vittimologia. Il suo obiettivo è applicare teorie e ricerche psicologiche allo studio dei fenomeni criminologici. Gli autori individuano quattro aree fondamentali: criminalità, criminale, vittima e crimine.

Questo significa che la psicologia criminale può occuparsi di molte domande diverse.

In concreto, la psicologia criminale può occuparsi dell’aumento di determinati fenomeni criminali in specifici contesti sociali, del comportamento dell’autore di reato, del ruolo della vittima e delle sue vulnerabilità. Può inoltre contribuire alla comprensione di un singolo crimine, analizzando il caso nella sua specificità.

È quindi una disciplina utile, ma complessa. Non dovrebbe essere ridotta a una formula semplice come “capire la mente del criminale”. Il crimine non nasce mai nel vuoto: esiste sempre un contesto fatto di persone, relazioni, opportunità, ambiente, storia e condizioni sociali.

Che cos’è la psicologia forense

La psicologia forense è diversa dalla psicologia criminale.

Infatti, la psicologia forense applica le conoscenze psicologiche a domande giuridiche. È quindi legata al contesto legale, peritale e processuale.

Uno psicologo forense può essere chiamato a valutare, ad esempio, la capacità di intendere e di volere, l’idoneità a testimoniare, il danno psicologico, la capacità genitoriale, il rischio di recidiva o altri aspetti rilevanti in un procedimento civile o penale.

La differenza centrale è che la psicologia forense lavora spesso attraverso una valutazione diretta della persona. Lo psicologo può svolgere colloqui, utilizzare strumenti psicodiagnostici, analizzare documentazione clinica e rispondere a un quesito tecnico.

Questa funzione non deve essere confusa con quella dell’investigatore privato o del profiler. Un investigatore può osservare e documentare comportamenti, ma non dovrebbe formulare diagnosi psicologiche. Dire che una persona è “narcisista”, “psicopatica”, “manipolatrice” o “affetta da un disturbo” senza una valutazione clinica adeguata è un errore metodologico.

In un report investigativo serio è molto più corretto descrivere ciò che è stato osservato: luoghi, orari, condotte, incontri, spostamenti, fotografie, video e altri elementi documentabili.

Che cos’è il criminal profiling

Il criminal profiling è ancora un’altra cosa.

Esso non è una diagnosi psicologica e non è una perizia psicologica. È un’attività di analisi indiretta, che cerca di formulare ipotesi investigative sull’autore di un reato partendo dalle evidenze disponibili.

Nel modello richiamato da Turvey e Coronado Mares, il criminal profiling integra prove fisiche, prove comportamentali, vittimologia, criminologia, psicologia, evidenze psicosociali e contesto investigativo o forense. In questo quadro viene citata anche la Behavioral Evidence Analysis, o BEA, collegata al lavoro di Brent Turvey e di Chisum e Turvey, come approccio fondato sull’analisi delle prove comportamentali.

Il punto fondamentale è che il profiling serio non parte dall’intuizione personale, ma dalle prove.

Il profiler non dovrebbe dire: “Secondo me l’autore è fatto così” solo perché una certa scena gli ricorda un caso precedente. Dovrebbe invece chiedersi quali comportamenti siano effettivamente documentati, quali ipotesi siano compatibili con quei comportamenti e quali elementi possano confermare o smentire tali ipotesi.

Quando è condotto correttamente, il criminal profiling aiuta ad orientare l’indagine. Può suggerire piste, evidenziare incoerenze, proporre ipotesi sul comportamento dell’autore o sul rapporto con la vittima. Ma non sostituisce le prove e non dovrebbe mai diventare una narrazione suggestiva priva di basi verificabili.

Profiling, psicologia criminale e agenzie investigative

Negli ultimi anni alcune agenzie investigative hanno iniziato a dichiarare di utilizzare tecniche di profiling, psicologia criminale o analisi comportamentale. Talvolta queste espressioni vengono usate soprattutto come formule comunicative, senza chiarire esattamente cosa significhino.

Il problema è proprio questo: la differenza tra psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling è spesso confusa, anche nel linguaggio professionale.

Un’agenzia investigativa può certamente valorizzare l’analisi comportamentale, l’osservazione del contesto, la vittimologia, la logica investigativa e il metodo scientifico. Tuttavia, dovrebbe anche sapere cosa non può fare. Non può trasformare un pedinamento in una diagnosi psicologica. Inoltre, non può sostituire lo psicologo forense. Infine, non può presentare come “profiling” una semplice impressione personale sul target.

La vera differenza non sta nell’usare parole tecniche, ma nel sapere usarle correttamente.

Un approccio serio non ha bisogno di promettere letture psicologiche infallibili. È sufficiente dimostrare che l’indagine viene svolta con metodo, che i fatti vengono distinti dalle interpretazioni e che ogni conclusione viene proporzionata alle prove raccolte.

Perché questa distinzione è importante nelle indagini private

Per un cliente o per un avvocato, queste differenze non sono solo teoriche.

Se un investigatore confonde psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling, rischia di produrre valutazioni deboli. Può usare termini psicologici in modo improprio, attribuire intenzioni non dimostrate, costruire interpretazioni suggestive o presentare come certezza ciò che è solo un’ipotesi.

Un’indagine privata, invece, deve mantenere una struttura chiara: osservazione, raccolta di elementi, verifica, documentazione e relazione finale.

Questo vale in molti ambiti:

  • infedeltà coniugale;
  • controllo dipendenti;
  • abuso di permessi lavorativi;
  • concorrenza sleale;
  • stalking e molestie;
  • indagini difensive;
  • tutela dei minori;
  • analisi di casi complessi in collaborazione con avvocati e consulenti.

In tutti questi casi, l’investigatore può incontrare comportamenti ambigui, contraddittori o rilevanti sotto il profilo relazionale. Ma il suo compito non è trasformarsi in psicologo clinico. Il suo compito è raccogliere elementi utili, documentarli correttamente e inserirli in una ricostruzione coerente.

Il ruolo delle prove comportamentali

Le prove comportamentali sono centrali in molte indagini.

Un comportamento può rivelare incongruenze tra ciò che una persona dichiara e ciò che realmente fa. Può mostrare frequentazioni, abitudini, spostamenti, contatti, violazioni di obblighi o condotte rilevanti per una controversia.

Ma il comportamento deve essere descritto con precisione.

Dire che un soggetto “appariva sospetto” è poco utile. Dire che il soggetto, in una determinata data e a una determinata ora, si è recato in un luogo, ha incontrato una persona, è rimasto lì per un certo periodo ed è stato documentato fotograficamente, è molto più utile.

La differenza tra un’impressione e una prova sta proprio nella documentazione.

Per questo motivo, anche quando si utilizzano categorie derivate dalla psicologia criminale o dall’analisi comportamentale, bisogna sempre tornare al dato osservabile. Il comportamento può suggerire un’ipotesi, ma l’ipotesi deve essere verificata.

Il rischio delle etichette psicologiche

Uno degli errori più frequenti è usare etichette psicologiche per rendere più forte una conclusione.

Termini come “manipolatore”, “narcisista”, “pericoloso”, “ossessivo”, “antisociale” o “psicopatico” hanno un impatto forte sul lettore, ma possono essere molto problematici se non sono sostenuti da una valutazione specialistica.

Nel lavoro investigativo è preferibile usare un linguaggio più prudente e più preciso.

Non “il soggetto è manipolatore”, ma “il soggetto ha reso dichiarazioni incompatibili con quanto documentato nelle date indicate”.

Meglio non usare “il soggetto è pericoloso”, ma “sono stati osservati comportamenti ripetuti di avvicinamento, attesa o controllo in determinati luoghi e orari”.

Infine, non “il soggetto mente”, ma “la versione riferita risulta non coerente con gli elementi raccolti”.

Questo tipo di linguaggio è meno spettacolare, ma molto più solido.

Psicologia criminale e investigazione: un uso corretto

Se viene usata correttamente, la psicologia criminale può essere molto utile per l’investigazione.

Può aiutare a comprendere il contesto di un comportamento, la relazione tra le persone coinvolte, il ruolo della vittima, le possibili dinamiche di scelta del bersaglio, l’importanza delle vulnerabilità e la necessità di evitare spiegazioni troppo semplicistiche.

Nel testo di Turvey e Coronado Mares viene dato grande rilievo anche alla prospettiva dei diritti umani e all’integrità della prova. Gli autori collegano il lavoro forense alla necessità di indagini competenti, corretta raccolta delle evidenze, catena di custodia e attenzione alle persone coinvolte, siano esse vittime, testimoni o sospettati.

Questo aspetto è molto importante anche nelle indagini private.

Un’indagine non deve essere solo efficace. Deve essere anche corretta, proporzionata e documentabile. Raccogliere informazioni non basta: bisogna poter spiegare come sono state raccolte, perché sono rilevanti e quali limiti hanno.

Il metodo Lumen: osservare, distinguere, dimostrare

Nel metodo investigativo di Lumen Investigazioni, l’analisi del comportamento non viene intesa come una scorciatoia psicologica, ma come uno strumento di supporto alla ricostruzione dei fatti.

L’obiettivo non è attribuire etichette alla persona osservata. L’obiettivo è comprendere quali condotte siano rilevanti per il caso, documentarle correttamente e presentarle in una relazione chiara.

Questo significa distinguere sempre tra fatto e interpretazione.

Il fatto è ciò che viene osservato e documentato. L’interpretazione è l’ipotesi che può nascere da quel fatto. La conclusione, invece, deve essere proporzionata alla quantità e alla qualità degli elementi raccolti.

Questa distinzione è essenziale perché una relazione investigativa non deve convincere attraverso frasi suggestive. Deve essere utile, leggibile e verificabile.

Per un avvocato, un’azienda o un privato, il valore di un’indagine non sta nel linguaggio più impressionante, ma nella solidità della prova.

Conclusione

Psicologia criminale, psicologia forense e criminal profiling sono discipline vicine, ma non identiche.

La prima studia i fenomeni criminali in modo ampio, considerando criminalità, autore, vittima e crimine. La psicologia forense applica la psicologia a quesiti giuridici e valutazioni dirette della persona. Il criminal profiling formula ipotesi investigative partendo dalle prove, soprattutto comportamentali, ma non sostituisce la raccolta degli elementi oggettivi.

Confondere questi ambiti significa rischiare errori di metodo.

Un’indagine seria non ha bisogno di imitare la fiction. Non deve promettere intuizioni infallibili né diagnosi indirette. Deve osservare, documentare, verificare e distinguere con precisione ciò che è provato da ciò che è solo ipotizzato.

La psicologia criminale e l’analisi comportamentale possono offrire strumenti molto utili all’investigazione, ma solo quando vengono usate con competenza e prudenza.

Nel lavoro investigativo, infatti, non basta formulare una teoria convincente.

Bisogna poterla dimostrare.